Le
origini
Le scarse fonti storiche non ci dicono come sia
sorta Tricase (anticamente “Treccase”, poi “Trecase”, successivamente “Tricasi”
o “Tricasium” ed infine “Tricase”) e chi le abbia dato il nome che oggi
conosciamo. Mancano documenti attendibili e testimonianze certe per risalire
alle primitive vicende di Tricase, le quali rimangono ancora neglette, molto
nebulose e oscure. Vi sono alcune versioni che motivano la sua fondazione, e
cercano di spiegare la sua nascita e il suo toponimo.
I tre
casali
Sulle origini di Tricase si hanno diverse
versioni: si racconta che anticamente (tra il X e l’XI secolo) esistessero tre
Casali, dall’unione dei quali, sembra sia sorto il primo nucleo di abitazioni
che poi diede il nome a Tricase. Sulla denominazione di questi tre Casali
iniziano le prime divisioni tra gli storici.
Versione Tasselli : riteneva si
chiamassero Trunco, Monesano e Amito Cuti.
Versione Micetti : riteneva il nome dei
Casali Menderano, Voluro e S. Nicola.
Versione Girolamo Morciano : riteneva
Tricase, bellissima terricciola posta in piano, edificata secondo l’antica
tradizione dei suoi abitatori dalla distruzione dei tre Casali, Abatia, Trunco e
Manerano a se convicini, dai quali si ebbe il nome di Tricase.
Versione Michelangelo d’Elia : sosteneva
si chiamassero Trunco, Manerano e Voluro: “dall’unione di questi tre Casali
risultò l’odierno paese, che per questa ragione chiamasi in pria Treccase, e poi
Trecase, Trecasi e Tricase: lo stemma lo conferma”.
Versione Mons. Giuseppe Ruotolo : nel suo
volume Ugento - Leuca - Alessano, Siena, Editore Cantagalli, 1952, così si
esprime: “Probabilmente l’etimologia è sbagliata e più che tre Casali la parola
Tricase deve tradursi originariamente inter casas, che significa un paese
formato in mezzo a diversi altri Casali, come la località del Veneto Treponti
significa inter pontes. E difatti - conclude Mons. Ruotolo - anche oggi Tricase
è posta tra tanti paeselli, che sono le sue sei frazioni”. In altri termini,
alcuni centri, tra loro prossimi, si sarebbero fusi o in seguito ad incremento
demografico o, con maggiore probabilità, per motivi di sicurezza, determinando
così la nascita di un nuovo abitato. E’ opinione ormai consolidata che l’unione
dei tre Casali fu loro consigliata dal bisogno della forza, perché piccoli,
deboli e inermi, erano spesso invasi e spogliati dai barbari e dalle genti
limitrofe.
I
primi signori di Tricase
Ritornando al Micetti dobbiamo ricordare che la
sua polemica con il Tasselli sembra non derivi dal fatto che la versione del
Padre Cappuccino fosse in contrasto con la sua, quanto per aver ignorato nei
suoi scritti che fu un tal Demetrio Micetti il primo Signore di Tricase. Costui,
secondo la versione micettiana, era scampato, insieme ad altri, alla distruzione
di “Leuche” e di altri Casali, fatta ad opera dei Saraceni, e si era rifugiato
con le sue genti in una masseria di sua proprietà denominata Menderano. Padrone,
naturalmente, Demetrio, il quale volle che il primo corpo feudale, che stava tra
Tricase e Menderano si chiamasse dal suo nome S. Demetrio; che la Chiesa matrice
del nuovo luogo si edificasse di faccia alla sua casa, e che patrono della Terra
fosse S. Demetrio. Tutto ciò accadde circa, secondo il Micetti, l’anno di nostra
salute 1030. Demetrio Micetti fu, dunque, il primo Signore di Tricase. Seguendo
questa versione sappiamo che i successori di Demetrio furono spogliati della
Signoria di Tricase da Carlo I d’Angiò (1226-1285), intorno al 1260, forse
perché sospettati di aver parteggiato per gli Svevi. Dopo Carlo d’Angiò il feudo
di Tricase fu tenuto da Carlo II (1248-1309) e sembra che lo abbia diviso per
metà con il suo fedele Nasone de Galerato verso il 1270. In seguito il feudo
passò ad Angelo de Cafalia e successivamente a Goffredo de Lavena e, poi, fu
incluso nel Principato di Taranto, nel quale apparteneva quasi completamente
Terra d’Otranto.
Da un
feudatario all’altro (1269-1540)
Il 21 settembre 1401 Raimondello Orsini Del Balzo
ricevette Tricase in feudo da Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1384 al
1414. A Raimondello Orsini Del Balzo nel 1406 successe il figlio Giovanni
Antonio (che regnò dal 1446 al 1463), uomo duro. Fu uno dei più potenti baroni
del Regno ed estese il suo dominio su parte dell’Avellinese, del Barese, della
Capitanata e su Terra d’Otranto. Nel 1419 il feudo di Tricase fu acquistato da
Baldassarre e Antonello Della Ratta proprio dal potente Giovanni Antonio Orsini
Del Balzo. Nell’estate del 1480, la flotta di Maometto II (1430-1481), si
presentò davanti ad Otranto. I Turchi riuscirono a penetrare nella città e si
trincerarono saldamente. In pochi mesi i Turchi si erano spinti nell’interno e
avevano devastato campagne e cittadine. Si racconta che Tricase concesse rifugio
ai profughi della vicina Salete (Depressa) che era stata attaccata e distrutta
dai Turchi, i quali, successivamente, tentarono di saccheggiare anche Tricase
incendiando la Chiesa Madre. Intanto a Raimondello Del Balzo conte di Castro e
figlio di quell’Angilberto che, partecipando alla congiura dei Baroni del
1485-1487, perdette vita e averi, toccò una non gradita sorpresa nel 1481 da
parte dei Tricasini.
Tricase ribelle al suo feudatario
Con la resa di Otranto, essendo finita nel
settembre di quell’anno la guerra contro i Turchi, il conte Raimondo, che aveva
militato nel campo a Roca assieme a Giulio Antonio Acquaviva conte di
Conversano, pensò di affacciarsi alla sua terra di Tricase, ma ne trovò chiusa
la porta; i tricasini non gli permisero di raggiungere le sue case. Costoro,
passando dalle grida ai fatti, presero a scagliare sassi contro il conte; poi,
sempre più riscaldandosi, costrinsero il conte a rifugiarsi in un luogo detto
San Pietro, presso il convento di San Domenico. Nonostante tutto Tricase,
insieme alla contea di Ugento, della quale faceva parte, continuò ad appartenere
ai Del Balzo sino al 1530.
Tricase fedele agli Aragonesi e poi agli Spagnoli
Prima di morire il 25 febbraio 1494 Ferdinando II
conobbe l’intenzione di Carlo VIII di Francia (1470-1489) di invadere il Regno.
Alfonso II (1448-1495), succeduto al padre, era a Roma quando vide i Francesi
entrarvi. Abdicò in favore di suo figlio Ferrandino, che fu Ferdinando II
(1467-1496). Questi riparò in Sicilia; chiese l’aiuto dei congiunti spagnoli.
Quasi tutto il Regno si arrese all’arrivo di Carlo VIII. La maggior parte delle
città di Terra d’Otranto si affrettarono a rendere omaggio al nuovo sovrano. Non
si piegarono Brindisi, Gallipoli e Tricase, rimanendo fedeli agli Aragonesi.
Negli anni successivi le conseguenze dei grandi avvenimenti storici si fecero
sentire nuovamente in Tricase. La decadenza dell’Italia meridionale
s’accentuava. Le campagne abbandonate, la malaria che infieriva, le rivalità fra
i baroni e le guerre, fra questo e quell’invasore e i re, l’affrettavano. Sembra
era destino che il Regno degli Aragonesi di Napoli non dovesse avere lunga vita.
Questi anni saranno caratterizzati dalle lotte tra gli Spagnoli ed i Francesi;
questi, calati al Sud, con un forte esercito comandato dal Lautrec, ebbero come
alleati i Veneziani i quali approfittarono dell’occasione per assalire i porti
di Trani, Bari, Brindisi, Otranto e Gallipoli. Lecce aprì le porte al Lautrec,
ma altre città, Nardò, Castro, Tricase rimasero fedeli agli Imperiali. Tricase,
come le volte precedenti, si distinse per la fedeltà agli Spagnoli, che pagò
molto cara perché ancora una volta fu costretta a subire le rappresaglie, questa
volta da parte di Tutino, che aveva parteggiato per i Francesi ed i cui abitanti
bruciarono “molti piedi di olive” ai Tricasini. Con la sconfitta dei Francesi ad
opera delle truppe del Principe d’Orange e con il conseguente ritorno degli
Spagnoli, Carlo V divenne l’indiscusso padrone del Regno. I Tricasini gli
inviarono legati affinché concedesse nuovi privilegi in virtù dei meriti
acquisiti per essere stati sempre fedeli ai colori spagnoli. Carlo V ordinò che
tutte le coste salentine venissero munite di un sistema difensivo basato sulla
costruzione di Torri costiere, regolarmente distanziate tra loro, in maniera di
permettere l’avvistamento di legni nemici e provvedere per tempo ad avvisare le
guarnigioni dell’interno.
L’impresa del capitano Spinetto Maramonte
In seguito al paradossale accordo intervenuto tra
Francesco I ed il Re dei Turchi, le terre del Salento furono invase dalle orde
saracene: alcuni contingenti armati si spinsero all’interno del territorio
devastando Salve ed anche Racale. Nel 1537 Tricase, secondo alcuni studiosi,
avrebbe fatto la stessa fine delle cittadine suddette se non fosse stata salvata
dal prode Spinetto Maramonte che tese un’imboscata ad un’ala di Saraceni, mentre
questi si accingevano a porre l’assedio al Castello di Tricase. La prontezza e
il coraggio del Capitano Maramonte impedirono ai Tricasini la triste esperienza
dell’occupazione turca del 1480.
Gli
ultimi feudatari (1540-1588)
Intanto, negli anni immediatamente successivi,
Tricase passava da Ludovico Benavola di Napoli, che l’aveva acquistata per la
somma di 4000 ducati, a Pirro Castriota-Scanderberc, nobile famiglia di origine
albanese. Dal casato dei Castriota veniva venduta nel 1569 a Federico Pappacoda.
Da Cesare Pappacoda, figlio di Federico, la Terra di Tricase passò, nel 1588, a
Scipione Santabarbara che, a sua volta, la rivendette ad Alessandro Gallone, i
cui discendenti la possedettero fino alla eversione della feudalità con il
titolo di Principato, ottenuto a Madrid il 24 marzo del 1651 da Filippo IV di
Spagna. La vendita avvenne il 20 dicembre 1588.
I
Gallone: principi di Tricase (1588-1806)
Dal 1588 al 1806, cioè fino all’eversione della
feudalità, Tricase rimase sempre nelle mani dei principi Gallone. Con la
presenza in Tricase del barone Alessandro I Gallone iniziava per questo centro
del Capo di S. Maria di Leuca un periodo storico del tutto nuovo ed anche di
relativa tranquillità per i cittadini del feudo e delle località vicine. Quando
Alessandro Gallone nel 1588 comprò il feudo di Tricase da Scipione Santabarbara,
lo ebbe con la giurisdizione delle prime cause e quella della bagliva (diritto
di giudicare nelle cause per danni arrecati ai fondi rustici, di eleggere i
giudici, il cancelliere e gli esattori delle pene). In più i principi di Tricase
esercitavano la giurisdizione criminale sugli abitanti di S. Eufemia che
apparteneva alla Diocesi di Otranto. Nel 1571 Alessandro Gallone aveva sposato
Donna Camilla Pisanelli che veniva spesso ricordata dal popolo tricasino come la
prima principessa di Tricase. A questa nobildonna Tricase deve gran parte delle
sue fortune, perché, fissando qui la sua residenza, permise un vasto stato
feudale, comprensivo di molti paesi vicini e uno sviluppo della cittadina nella
prima metà del XVII secolo. Tricase, già agli inizi di questo secolo era
divenuta un centro importante del Basso Salento.
Tricase nel XVII secolo
Agli inizi del XVII secolo, Tricase era
amministrata da un Sindaco e da quattro Consiglieri e da un Governatore
(Governatore della Terra di Tricase e del Casale di Tutino) che aveva il compito
di amministrare la giustizia. Il Governatore di Tricase veniva scelto dal
principe tra le persone più colte e non del luogo. L’altra istituzione
importante era rappresentata dal clero: la sua presenza in Tricase era davvero
numerosa. Nel 1624, Cesare Gallone, figlio di Alessandro, aveva fatto
ricostruire la Chiesa di S. Michele Arcangelo, dedicata alla Madonna del
Foggiaro, dentro la quale si ammirava un quadro di S. Matteo del famoso Tiziano
Veneziano ed altri quadri di valore. Anche questa Chiesa, forse per cattiva
manutenzione, subì delle rovine, così si dovette procedere alla realizzazione di
lavori di restauro nel 1763. Fu eretta nel 1670 la Chiesa S. Domenico. Si
dovette aspettare il 1752 per un’adeguata operatività dell’istituzione
scolastica. Nel 1715 venne aperta la prima spezieria (farmacia). Questi primi
periodi del secolo furono anni di miseria, di carestia e di epidemie, i cui
effetti furono risentiti per parecchio tempo. Anche in Tricase si fece sentire
la miseria e ancora più disastrose furono le condizioni in Tutino. Come avviene
sempre in momenti di carestia vi fu un accentuarsi di delinquenza e dalle
cronache del tempo risulta che in soli due anni vi furono, tra Tricase e Tutino,
tre condannati a morte. Il bilancio non veniva utilizzato per migliorare i
servizi pubblici come le scuole, le strade, l’igiene pubblica, ecc. , ma era
completamente assorbito dai pagamenti che dovevano essere fatti al Governo.
Tricase in un documento del 1754
Una panoramica di Tricase intorno alla metà del
1700 ci viene fornita da una relazione di Don Domenico Maroccia, incaricato dal
principe di Terrapiena in occasione del matrimonio della figlia con il principe
di Tricase, Giuseppe Domenico Gallone (1704 1766). Considerando la mole di
notizie che il Maroccia riferisce su Tricase è opportuno riassumerne alcune
parti: “Non si creda che Tricase benché havesse il nome di tre case fusse una
terra di tre case. Questa è terra grande la quale face da 400 fuoghi; in questa
terra vi sono da 600 case. In questa terra non manca niente: carne, pesce,
foglie e frutti”. Il Maroccia, dopo aver elencato le feste religiose, così
conclude la sua relazione: “Vi sono 12 cappelle beneficiate. Una cappella sta
lontana da Tricase mezzo miglio, la quale la fece il marchese di S. Martino: è
una chiesa ricca ad cinque altari sotto il titolo della Madonna di
Costantinopoli (Chiesa rurale di forma ottagonale, sorta nel 1684 a cura della
famiglia dei Gattinara, denominata anche Chiesa “dei Diavoli” o Chiesa “Nova”,
secondo una leggenda che la vuole costruita dai diavoli), ogni giorno vi à
obbligo della messa, tiene un cappellano ed uno oblato”.
Francesi ed inglesi a Tricase
Nel marzo 1806 Giuseppe Bonaparte, fratello di
Napoleone I, diventò Re delle Due Sicilie. Nello stesso anno pubblicò gli editti
sulla abolizione della feudalità. In questo modo ogni Provincia ebbe i suoi
Intendenti, e sottointendenti, e i Consigli Provinciali, Comuni e Decurioni.
Sparivano così le università che fin dal medioevo avevano sostenuto le libertà
civili. Nel 1801, dopo l’accordo a Firenze tra Ferdinando IV di Borbone, re di
Napoli, e la Repubblica francese, i Francesi giunsero nel leccese e nel maggio
dello stesso anno un loro distaccamento si fermò a Tricase, alloggiato nella
casa De Tommasi e nel palazzo principesco. In seguito si divisero tra Tricase e
Tricase Porto e sostarono per alcuni anni. Nel 1807 si registrarono due attacchi
degli Inglesi contro il porto di Tricase. Le truppe inglesi riuscirono ad
occupare la Torre del Porto e a farla saltare con l’utilizzo di mine. Con la
caduta di Napoleone, nel 1815, ritornarono i Borbone e la restaurazione dei
principi italiani. In questo periodo le sette carbonare assurgono ad una grande
importanza politica; esse si orientarono verso le tre grandi correnti del tempo:
francese, borbonica ed inglese.
Giuseppe Pisanelli e Alfredo Codacci-Pisanelli
Anche nel Regno delle Due Sicilie l’anno 1848
iniziava con un clima generale di speranze, di richieste e di istanze popolari.
Il 3 maggio si fecero le elezioni e nel collegio di Tricase venne eletto
Giuseppe Pisanelli anche se residente a Napoli. Giuseppe Pisanelli nacque a
Tricase da Michelangelo e Anna Mellone il 23 settembre 1812 e morì a Napoli il 5
aprile 1879. Nel 1830 si laureò in Giurisprudenza a Napoli e successivamente,
sempre in questa città, aprì uno studio di diritto penale. Patriota, Deputato al
Parlamento napoletano (1848), Ministro di Grazia e Giustizia nel governo
Garibaldi (1860). G. Pisanelli fu un giurista insigne, riformatore di codici,
uomo politico liberale e per questo motivo esule a Torino, Parigi e a Londra.
Fu, altresì, Ministro di Grazia e Giustizia (Guardasigilli) nel primo ministro
Minghetti ed occupò poi altre volte questo prestigioso incarico.
Nella seconda metà del XIX secolo una figura di primo piano sarà Alfredo
Codacci-Pisanelli (Firenze 1861 - Roma 1929); importante personaggio che molto
profuse per lo sviluppo economico e sociale di Tricase, del Capo di Leuca e
dell’intera Terra d’Otranto. Egli, come è noto, non nacque a Tricase, ma ebbe
nella nostra cittadina, e non solo in essa, un’enorme importanza. Il collegio di
Tricase, infatti, lo elesse per ben sette legislature. Militante e appartenente
sempre alla Destra liberale, il suo nome è indissolubilmente legato alla
“concessione” delle ferrovie salentine. Per quanto riguarda il tabacco e la
cooperazione agricola dobbiamo ricordare che, nel 1902, creò in Tricase il
Consorzio Agrario per il Capo di Leuca (A.C.A.I.T.), Cooperativa tra gli
agricoltori per la coltivazione e lavorazione dei tabacchi levantini.
Il
tabacco e il fascismo
Il 16 luglio 1922 nasceva in Tricase “Il Tallone
d’Italia”, periodico settimanale per gli interessi generali dell’estremo
Salento, redatto in via Pisanelli e stampato nella tipografia Raeli. I
riferimenti politici erano l’adesione al nascente movimento fascista ed un
liberalismo tutto sommato autonomo e originale che consentiva di seguire l’opera
amministrativa e parlamentare di personaggi non necessariamente dello stesso
schieramento. Il 4 novembre del 1922 veniva costituita in Tricase la sezione del
Partito Nazionale Fascista da una squadra denominata la “disperata”.
Grazie all’impegno del Sig. Giuseppe Cortese, nel febbraio del 1926, vengono
inaugurati con una pubblica cerimonia gli impianti elettrici in Tricase. Alla
fine dell’anno analoga cerimonia si tenne nelle frazioni di Tutino e S.Eufemia.
Il 15 maggio 1935 Tricase visse uno dei giorni più tragici e dolorosi della sua
recente storia con la morte di cinque persone e numerosi feriti. La tragedia
avvenne per il dissenso del proletariato tricasino contro la decisione del
Ministero delle Corporazioni che intendeva sopprimere l’Azienda Cooperativa
Agricola Industriale del Capo di Leuca, struttura fondamentale e fonte di
occupazione per la maggior parte della popolazione. Dieci anni dopo lo storico
eccidio i Tricasini, auspice la locale sezione del Partito Socialista Italiano,
apposero una lapide a perenne memoria dei caduti, collocandola sulla facciata
dell’ex Convento dei Domenicani, attuale sede di alcuni uffici comunali.