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Tricase, la Storia 

 

Le origini - I tre casali - I primi signori di Tricase - Da un feudatario all’altro (1269-1540) - Tricase ribelle al suo feudatario - Tricase fedele agli Aragonesi e poi agli Spagnoli - L’impresa del capitano Spinetto Maramonte - Gli ultimi feudatari (1540-1588) - I Gallone: principi di Tricase (1588-1806) - Tricase nel XVII secolo - Tricase in un documento del 1754 - Francesi ed inglesi a Tricase - Giuseppe Pisanelli e Alfredo Codacci-Pisanelli - Il tabacco e il fascismo -

Le origini

Le scarse fonti storiche non ci dicono come sia sorta Tricase (anticamente “Treccase”, poi “Trecase”, successivamente “Tricasi” o “Tricasium” ed infine “Tricase”) e chi le abbia dato il nome che oggi conosciamo. Mancano documenti attendibili e testimonianze certe per risalire alle primitive vicende di Tricase, le quali rimangono ancora neglette, molto nebulose e oscure. Vi sono alcune versioni che motivano la sua fondazione, e cercano di spiegare la sua nascita e il suo toponimo.

 

I tre casali

Sulle origini di Tricase si hanno diverse versioni: si racconta che anticamente (tra il X e l’XI secolo) esistessero tre Casali, dall’unione dei quali, sembra sia sorto il primo nucleo di abitazioni che poi diede il nome a Tricase. Sulla denominazione di questi tre Casali iniziano le prime divisioni tra gli storici.

Versione Tasselli : riteneva si chiamassero Trunco, Monesano e Amito Cuti.

Versione Micetti : riteneva il nome dei Casali Menderano, Voluro e S. Nicola.

Versione Girolamo Morciano : riteneva Tricase, bellissima terricciola posta in piano, edificata secondo l’antica tradizione dei suoi abitatori dalla distruzione dei tre Casali, Abatia, Trunco e Manerano a se convicini, dai quali si ebbe il nome di Tricase.

Versione Michelangelo d’Elia : sosteneva si chiamassero Trunco, Manerano e Voluro: “dall’unione di questi tre Casali risultò l’odierno paese, che per questa ragione chiamasi in pria Treccase, e poi Trecase, Trecasi e Tricase: lo stemma lo conferma”.

Versione Mons. Giuseppe Ruotolo : nel suo volume Ugento - Leuca - Alessano, Siena, Editore Cantagalli, 1952, così si esprime: “Probabilmente l’etimologia è sbagliata e più che tre Casali la parola Tricase deve tradursi originariamente inter casas, che significa un paese formato in mezzo a diversi altri Casali, come la località del Veneto Treponti significa inter pontes. E difatti - conclude Mons. Ruotolo - anche oggi Tricase è posta tra tanti paeselli, che sono le sue sei frazioni”. In altri termini, alcuni centri, tra loro prossimi, si sarebbero fusi o in seguito ad incremento demografico o, con maggiore probabilità, per motivi di sicurezza, determinando così la nascita di un nuovo abitato. E’ opinione ormai consolidata che l’unione dei tre Casali fu loro consigliata dal bisogno della forza, perché piccoli, deboli e inermi, erano spesso invasi e spogliati dai barbari e dalle genti limitrofe.

 

I primi signori di Tricase

Ritornando al Micetti dobbiamo ricordare che la sua polemica con il Tasselli sembra non derivi dal fatto che la versione del Padre Cappuccino fosse in contrasto con la sua, quanto per aver ignorato nei suoi scritti che fu un tal Demetrio Micetti il primo Signore di Tricase. Costui, secondo la versione micettiana, era scampato, insieme ad altri, alla distruzione di “Leuche” e di altri Casali, fatta ad opera dei Saraceni, e si era rifugiato con le sue genti in una masseria di sua proprietà denominata Menderano. Padrone, naturalmente, Demetrio, il quale volle che il primo corpo feudale, che stava tra Tricase e Menderano si chiamasse dal suo nome S. Demetrio; che la Chiesa matrice del nuovo luogo si edificasse di faccia alla sua casa, e che patrono della Terra fosse S. Demetrio. Tutto ciò accadde circa, secondo il Micetti, l’anno di nostra salute 1030. Demetrio Micetti fu, dunque, il primo Signore di Tricase. Seguendo questa versione sappiamo che i successori di Demetrio furono spogliati della Signoria di Tricase da Carlo I d’Angiò (1226-1285), intorno al 1260, forse perché sospettati di aver parteggiato per gli Svevi. Dopo Carlo d’Angiò il feudo di Tricase fu tenuto da Carlo II (1248-1309) e sembra che lo abbia diviso per metà con il suo fedele Nasone de Galerato verso il 1270. In seguito il feudo passò ad Angelo de Cafalia e successivamente a Goffredo de Lavena e, poi, fu incluso nel Principato di Taranto, nel quale apparteneva quasi completamente Terra d’Otranto.
 

Da un feudatario all’altro (1269-1540)

Il 21 settembre 1401 Raimondello Orsini Del Balzo ricevette Tricase in feudo da Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1384 al 1414. A Raimondello Orsini Del Balzo nel 1406 successe il figlio Giovanni Antonio (che regnò dal 1446 al 1463), uomo duro. Fu uno dei più potenti baroni del Regno ed estese il suo dominio su parte dell’Avellinese, del Barese, della Capitanata e su Terra d’Otranto. Nel 1419 il feudo di Tricase fu acquistato da Baldassarre e Antonello Della Ratta proprio dal potente Giovanni Antonio Orsini Del Balzo. Nell’estate del 1480, la flotta di Maometto II (1430-1481), si presentò davanti ad Otranto. I Turchi riuscirono a penetrare nella città e si trincerarono saldamente. In pochi mesi i Turchi si erano spinti nell’interno e avevano devastato campagne e cittadine. Si racconta che Tricase concesse rifugio ai profughi della vicina Salete (Depressa) che era stata attaccata e distrutta dai Turchi, i quali, successivamente, tentarono di saccheggiare anche Tricase incendiando la Chiesa Madre. Intanto a Raimondello Del Balzo conte di Castro e figlio di quell’Angilberto che, partecipando alla congiura dei Baroni del 1485-1487, perdette vita e averi, toccò una non gradita sorpresa nel 1481 da parte dei Tricasini.

 

Tricase ribelle al suo feudatario

Con la resa di Otranto, essendo finita nel settembre di quell’anno la guerra contro i Turchi, il conte Raimondo, che aveva militato nel campo a Roca assieme a Giulio Antonio Acquaviva conte di Conversano, pensò di affacciarsi alla sua terra di Tricase, ma ne trovò chiusa la porta; i tricasini non gli permisero di raggiungere le sue case. Costoro, passando dalle grida ai fatti, presero a scagliare sassi contro il conte; poi, sempre più riscaldandosi, costrinsero il conte a rifugiarsi in un luogo detto San Pietro, presso il convento di San Domenico. Nonostante tutto Tricase, insieme alla contea di Ugento, della quale faceva parte, continuò ad appartenere ai Del Balzo sino al 1530.

 

Tricase fedele agli Aragonesi e poi agli Spagnoli

Prima di morire il 25 febbraio 1494 Ferdinando II conobbe l’intenzione di Carlo VIII di Francia (1470-1489) di invadere il Regno. Alfonso II (1448-1495), succeduto al padre, era a Roma quando vide i Francesi entrarvi. Abdicò in favore di suo figlio Ferrandino, che fu Ferdinando II (1467-1496). Questi riparò in Sicilia; chiese l’aiuto dei congiunti spagnoli. Quasi tutto il Regno si arrese all’arrivo di Carlo VIII. La maggior parte delle città di Terra d’Otranto si affrettarono a rendere omaggio al nuovo sovrano. Non si piegarono Brindisi, Gallipoli e Tricase, rimanendo fedeli agli Aragonesi. Negli anni successivi le conseguenze dei grandi avvenimenti storici si fecero sentire nuovamente in Tricase. La decadenza dell’Italia meridionale s’accentuava. Le campagne abbandonate, la malaria che infieriva, le rivalità fra i baroni e le guerre, fra questo e quell’invasore e i re, l’affrettavano. Sembra era destino che il Regno degli Aragonesi di Napoli non dovesse avere lunga vita. Questi anni saranno caratterizzati dalle lotte tra gli Spagnoli ed i Francesi; questi, calati al Sud, con un forte esercito comandato dal Lautrec, ebbero come alleati i Veneziani i quali approfittarono dell’occasione per assalire i porti di Trani, Bari, Brindisi, Otranto e Gallipoli. Lecce aprì le porte al Lautrec, ma altre città, Nardò, Castro, Tricase rimasero fedeli agli Imperiali. Tricase, come le volte precedenti, si distinse per la fedeltà agli Spagnoli, che pagò molto cara perché ancora una volta fu costretta a subire le rappresaglie, questa volta da parte di Tutino, che aveva parteggiato per i Francesi ed i cui abitanti bruciarono “molti piedi di olive” ai Tricasini. Con la sconfitta dei Francesi ad opera delle truppe del Principe d’Orange e con il conseguente ritorno degli Spagnoli, Carlo V divenne l’indiscusso padrone del Regno. I Tricasini gli inviarono legati affinché concedesse nuovi privilegi in virtù dei meriti acquisiti per essere stati sempre fedeli ai colori spagnoli. Carlo V ordinò che tutte le coste salentine venissero munite di un sistema difensivo basato sulla costruzione di Torri costiere, regolarmente distanziate tra loro, in maniera di permettere l’avvistamento di legni nemici e provvedere per tempo ad avvisare le guarnigioni dell’interno.

 

L’impresa del capitano Spinetto Maramonte

In seguito al paradossale accordo intervenuto tra Francesco I ed il Re dei Turchi, le terre del Salento furono invase dalle orde saracene: alcuni contingenti armati si spinsero all’interno del territorio devastando Salve ed anche Racale. Nel 1537 Tricase, secondo alcuni studiosi, avrebbe fatto la stessa fine delle cittadine suddette se non fosse stata salvata dal prode Spinetto Maramonte che tese un’imboscata ad un’ala di Saraceni, mentre questi si accingevano a porre l’assedio al Castello di Tricase. La prontezza e il coraggio del Capitano Maramonte impedirono ai Tricasini la triste esperienza dell’occupazione turca del 1480.

 

Gli ultimi feudatari (1540-1588)

Intanto, negli anni immediatamente successivi, Tricase passava da Ludovico Benavola di Napoli, che l’aveva acquistata per la somma di 4000 ducati, a Pirro Castriota-Scanderberc, nobile famiglia di origine albanese. Dal casato dei Castriota veniva venduta nel 1569 a Federico Pappacoda. Da Cesare Pappacoda, figlio di Federico, la Terra di Tricase passò, nel 1588, a Scipione Santabarbara che, a sua volta, la rivendette ad Alessandro Gallone, i cui discendenti la possedettero fino alla eversione della feudalità con il titolo di Principato, ottenuto a Madrid il 24 marzo del 1651 da Filippo IV di Spagna. La vendita avvenne il 20 dicembre 1588.

 

I Gallone: principi di Tricase (1588-1806)

Dal 1588 al 1806, cioè fino all’eversione della feudalità, Tricase rimase sempre nelle mani dei principi Gallone. Con la presenza in Tricase del barone Alessandro I Gallone iniziava per questo centro del Capo di S. Maria di Leuca un periodo storico del tutto nuovo ed anche di relativa tranquillità per i cittadini del feudo e delle località vicine. Quando Alessandro Gallone nel 1588 comprò il feudo di Tricase da Scipione Santabarbara, lo ebbe con la giurisdizione delle prime cause e quella della bagliva (diritto di giudicare nelle cause per danni arrecati ai fondi rustici, di eleggere i giudici, il cancelliere e gli esattori delle pene). In più i principi di Tricase esercitavano la giurisdizione criminale sugli abitanti di S. Eufemia che apparteneva alla Diocesi di Otranto. Nel 1571 Alessandro Gallone aveva sposato Donna Camilla Pisanelli che veniva spesso ricordata dal popolo tricasino come la prima principessa di Tricase. A questa nobildonna Tricase deve gran parte delle sue fortune, perché, fissando qui la sua residenza, permise un vasto stato feudale, comprensivo di molti paesi vicini e uno sviluppo della cittadina nella prima metà del XVII secolo. Tricase, già agli inizi di questo secolo era divenuta un centro importante del Basso Salento.
 

Tricase nel XVII secolo

Agli inizi del XVII secolo, Tricase era amministrata da un Sindaco e da quattro Consiglieri e da un Governatore (Governatore della Terra di Tricase e del Casale di Tutino) che aveva il compito di amministrare la giustizia. Il Governatore di Tricase veniva scelto dal principe tra le persone più colte e non del luogo. L’altra istituzione importante era rappresentata dal clero: la sua presenza in Tricase era davvero numerosa. Nel 1624, Cesare Gallone, figlio di Alessandro, aveva fatto ricostruire la Chiesa di S. Michele Arcangelo, dedicata alla Madonna del Foggiaro, dentro la quale si ammirava un quadro di S. Matteo del famoso Tiziano Veneziano ed altri quadri di valore. Anche questa Chiesa, forse per cattiva manutenzione, subì delle rovine, così si dovette procedere alla realizzazione di lavori di restauro nel 1763. Fu eretta nel 1670 la Chiesa S. Domenico. Si dovette aspettare il 1752 per un’adeguata operatività dell’istituzione scolastica. Nel 1715 venne aperta la prima spezieria (farmacia). Questi primi periodi del secolo furono anni di miseria, di carestia e di epidemie, i cui effetti furono risentiti per parecchio tempo. Anche in Tricase si fece sentire la miseria e ancora più disastrose furono le condizioni in Tutino. Come avviene sempre in momenti di carestia vi fu un accentuarsi di delinquenza e dalle cronache del tempo risulta che in soli due anni vi furono, tra Tricase e Tutino, tre condannati a morte. Il bilancio non veniva utilizzato per migliorare i servizi pubblici come le scuole, le strade, l’igiene pubblica, ecc. , ma era completamente assorbito dai pagamenti che dovevano essere fatti al Governo.

 

Tricase in un documento del 1754

Una panoramica di Tricase intorno alla metà del 1700 ci viene fornita da una relazione di Don Domenico Maroccia, incaricato dal principe di Terrapiena in occasione del matrimonio della figlia con il principe di Tricase, Giuseppe Domenico Gallone (1704 1766). Considerando la mole di notizie che il Maroccia riferisce su Tricase è opportuno riassumerne alcune parti: “Non si creda che Tricase benché havesse il nome di tre case fusse una terra di tre case. Questa è terra grande la quale face da 400 fuoghi; in questa terra vi sono da 600 case. In questa terra non manca niente: carne, pesce, foglie e frutti”. Il Maroccia, dopo aver elencato le feste religiose, così conclude la sua relazione: “Vi sono 12 cappelle beneficiate. Una cappella sta lontana da Tricase mezzo miglio, la quale la fece il marchese di S. Martino: è una chiesa ricca ad cinque altari sotto il titolo della Madonna di Costantinopoli (Chiesa rurale di forma ottagonale, sorta nel 1684 a cura della famiglia dei Gattinara, denominata anche Chiesa “dei Diavoli” o Chiesa “Nova”, secondo una leggenda che la vuole costruita dai diavoli), ogni giorno vi à obbligo della messa, tiene un cappellano ed uno oblato”.

 

Francesi ed inglesi a Tricase

Nel marzo 1806 Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone I, diventò Re delle Due Sicilie. Nello stesso anno pubblicò gli editti sulla abolizione della feudalità. In questo modo ogni Provincia ebbe i suoi Intendenti, e sottointendenti, e i Consigli Provinciali, Comuni e Decurioni. Sparivano così le università che fin dal medioevo avevano sostenuto le libertà civili. Nel 1801, dopo l’accordo a Firenze tra Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, e la Repubblica francese, i Francesi giunsero nel leccese e nel maggio dello stesso anno un loro distaccamento si fermò a Tricase, alloggiato nella casa De Tommasi e nel palazzo principesco. In seguito si divisero tra Tricase e Tricase Porto e sostarono per alcuni anni. Nel 1807 si registrarono due attacchi degli Inglesi contro il porto di Tricase. Le truppe inglesi riuscirono ad occupare la Torre del Porto e a farla saltare con l’utilizzo di mine. Con la caduta di Napoleone, nel 1815, ritornarono i Borbone e la restaurazione dei principi italiani. In questo periodo le sette carbonare assurgono ad una grande importanza politica; esse si orientarono verso le tre grandi correnti del tempo: francese, borbonica ed inglese.

 

Giuseppe Pisanelli e Alfredo Codacci-Pisanelli

Anche nel Regno delle Due Sicilie l’anno 1848 iniziava con un clima generale di speranze, di richieste e di istanze popolari. Il 3 maggio si fecero le elezioni e nel collegio di Tricase venne eletto Giuseppe Pisanelli anche se residente a Napoli. Giuseppe Pisanelli nacque a Tricase da Michelangelo e Anna Mellone il 23 settembre 1812 e morì a Napoli il 5 aprile 1879. Nel 1830 si laureò in Giurisprudenza a Napoli e successivamente, sempre in questa città, aprì uno studio di diritto penale. Patriota, Deputato al Parlamento napoletano (1848), Ministro di Grazia e Giustizia nel governo Garibaldi (1860). G. Pisanelli fu un giurista insigne, riformatore di codici, uomo politico liberale e per questo motivo esule a Torino, Parigi e a Londra. Fu, altresì, Ministro di Grazia e Giustizia (Guardasigilli) nel primo ministro Minghetti ed occupò poi altre volte questo prestigioso incarico.
Nella seconda metà del XIX secolo una figura di primo piano sarà Alfredo Codacci-Pisanelli (Firenze 1861 - Roma 1929); importante personaggio che molto profuse per lo sviluppo economico e sociale di Tricase, del Capo di Leuca e dell’intera Terra d’Otranto. Egli, come è noto, non nacque a Tricase, ma ebbe nella nostra cittadina, e non solo in essa, un’enorme importanza. Il collegio di Tricase, infatti, lo elesse per ben sette legislature. Militante e appartenente sempre alla Destra liberale, il suo nome è indissolubilmente legato alla “concessione” delle ferrovie salentine. Per quanto riguarda il tabacco e la cooperazione agricola dobbiamo ricordare che, nel 1902, creò in Tricase il Consorzio Agrario per il Capo di Leuca (A.C.A.I.T.), Cooperativa tra gli agricoltori per la coltivazione e lavorazione dei tabacchi levantini.

 

Il tabacco e il fascismo

Il 16 luglio 1922 nasceva in Tricase “Il Tallone d’Italia”, periodico settimanale per gli interessi generali dell’estremo Salento, redatto in via Pisanelli e stampato nella tipografia Raeli. I riferimenti politici erano l’adesione al nascente movimento fascista ed un liberalismo tutto sommato autonomo e originale che consentiva di seguire l’opera amministrativa e parlamentare di personaggi non necessariamente dello stesso schieramento. Il 4 novembre del 1922 veniva costituita in Tricase la sezione del Partito Nazionale Fascista da una squadra denominata la “disperata”.
Grazie all’impegno del Sig. Giuseppe Cortese, nel febbraio del 1926, vengono inaugurati con una pubblica cerimonia gli impianti elettrici in Tricase. Alla fine dell’anno analoga cerimonia si tenne nelle frazioni di Tutino e S.Eufemia.
Il 15 maggio 1935 Tricase visse uno dei giorni più tragici e dolorosi della sua recente storia con la morte di cinque persone e numerosi feriti. La tragedia avvenne per il dissenso del proletariato tricasino contro la decisione del Ministero delle Corporazioni che intendeva sopprimere l’Azienda Cooperativa Agricola Industriale del Capo di Leuca, struttura fondamentale e fonte di occupazione per la maggior parte della popolazione. Dieci anni dopo lo storico eccidio i Tricasini, auspice la locale sezione del Partito Socialista Italiano, apposero una lapide a perenne memoria dei caduti, collocandola sulla facciata dell’ex Convento dei Domenicani, attuale sede di alcuni uffici comunali.

Vedi anche: La Storia - Le Chiese - I Castelli e Le Torri - I Palazzi

 

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